26/03/2010

Aruspicina Etrusca

 

ARUSPICINA ETRUSCA di A. Palmucci

 

 

 

 ARUSPICINA ETRUSCA ed ORIENTALE

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Copertina Aruspicina.jpg

 

 Reperibile in "La Vetrina" di www.ilmiolibro.it

 



 

Presso gli Assiri Babilonesi, gli Ittiti e gli Etruschi la comprensione della volontà degli dèi, e con ciò la predizione del futuro, era affidata soprattutto a quell’arte o scienza che in lingua etrusca si diceva “nethśra[1] ed in quella latina “haruspicina”. I Babilonesi chiamavano “baru” il sacerdore che la praticava. Gli Etruschi lo chiamavano “netśvis”, e i Romani “haruspex[2].  L’arte si basava soprattutto sull’esame a scopo divinatorio delle interiora degli animali sacrificati, ma anche dei segni che venivano dal cielo, come tuoni, lampi e fulmini. Il concetto fondante si basava sulla convinzione di una perfetta corrispondenza fra macrocosmo e microcosmo per cui nulla accade che sia fortuito, e la volontà degli dèi può manifestarsi sia nelle interiora degli animali sacrificati, soprattutto nel fegato, sia nei fenomeni atmosferici. La credenza che stava alla base dell’ispezione del fegato era che questo fosse la sede della vita. Del resto, gli Indù la ponevano e la pongono nel respiro, e gli Ebrei e i Testimoni di Geova la pongono ancora nel sangue.

Le divinità tutelari dell’aruspicina assiro-babilonese erano Shamash, dio del sole, ed Adad, dio della tempesta. Il “Dio della Tempesta”, con altri nomi, era anche la suprema divinità maschile fra le popolazioni dell’Anatolia: presso gli Urriti era chiamato Teshub, ad Hattusa si chiamava Tarhu, e in altre regioni era detto Taru, Tarhui, Tarhun o Tarhunt. In Anatolia, questa divinità, comunque la si chiamasse, era anche preposta alla fertilità, ai giuramenti, alla conclusione dei trattati ed all’osservanza del  diritto. E’ al nome di questo dio che si riallaccia il nome  anatolico di Taruntassa (una delle capitali dell’impero ittita), e particolarmente quello della città di Wilusa-Taruisa/*Tarhuisa (Ilio-Troia, della quale era protettore)[3], così come il nome etrusco della città di Tarchuna (Tarquinia, della quale sembra fosse parimenti protettore) e del suo eponimo fondatore Tarchun (Tarconte che, come si diceva, era emigrato in Italia dall’Anatolia), nonché quello di Tarchies (Tagete, il fanciullo divino che, emerso dalle zolle di Tarquinia, dettò a Tarconte i precetti dell’aruspicina)[4].

 Agli inizi del secondo millennio a.C. l’aruspicina assiro-babilonese si presentava già come un corpo ben costituito. Con aggiornamenti e commentari arriverà fino agli inizi della nostra era. Essa si diffuse fra molti popoli del medio e vicino Oriente. Ne abbiamo documentazioni archeologiche in vari luoghi fra cui Mari (Siria), Alalah (Siria orientale), Megiddo (Palestina), Tarso (Cilicia) ed Hattusa (capitale dell’impero ittita).

Soprattutto gli Ittiti ebbero una ricca scienza delle predizioni. La grande maggioranza dei loro testi divinatori consiste di copie ottenute da originali scritti in lingua babilonese, o di traduzioni. Questo materiale è per lo più anteriore alla fine dell’impero ittita che avvenne attorno al 1200 a.C.

 Sono tali e tante, come vedremo,  le somiglianze fra l’aruspicina mesopotamica, l’ittica, la greca e  l’etrusca che è lecito pensare che la pratica dell’aruspicina sia passata dalla Mesopotamia in Anatolia e da qui in Grecia, in Palestina e sulle coste occidentali dell’Italia centrale al tempo delle leggendarie migrazioni che intercorsero fra l’Italia e l’oriente. Oggi, peraltro, i genetisti hanno trovato qualche somiglianza fra il DNA degli Etruschi e quello dei popoli compresi nel bacino orientale del mediterraneo. Non si può tuttavia escludere che gli Etruschi praticassero già una propria lettura del fegato degli animali: nel mito etrusco, Tarconte (cfr. Tarhunta) già istruito dal lidio Tirreno nell’arte dell’aruspicina, sta arando i campi di Tarquinia (cfr. Taruisa/*Tarhuisa (Troia) e Tahruntassa = città di Tarhunt) quando da una zolla smossa più profondamente emerge un divino fanciullo chiamato Tarchies (cfr. Tarhui) che gli fornisce “nuove informazioni  sulle cose segrete”.

 Gli Etruschi dovettero anche perfezionare la loro arte attraverso contatti diretti con la Mesopotamia. Una tarda occasione può essere stata ad esempio quella che si diede nel 323 a.C. quando una delegazione di Etruschi si recò a Babilonia per incontrare Alessandro[5].  

 

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Templum TAGETE.JPG

 

Fig. 1- TEMPLUM ETRUSCO 

 



[1] Alessandro Morandi, Nuovi Lineamenti di Lingua etrusca, Erre Emme, Roma, 1991, p. 158: vocabolo “formato verosimilmente con il suffisso -ra su una base neth- che ha varie rispondenze: gr. nēdùs (ventre), nēduia (intestini), germanico nati, nezi (pelle reticolata attorno agli intestini).
[2] Secondo G. Devoto (Avviamento alla Etimologia Italiana . Dizionario Etimologico, le Monnier, Firenze, 1967  il vocabolo è “composto di –spex, nome d’agente della rad. SPEK (osservare; lat. specio) e di *haru- parola indoeuropea connessa con sanscrito hira (vena)”. Haruspex però potrebbe anche derivare dal babilonese Baru (aruspice). 
[3] Per la alternanza Taruisa *Tarhuisa vd. A. Palmucci, Virgilio, Erodoto e il DNA degli Etruschi (Corito Tarquinia), “Aufidus” (Dipartimento Scienze dell’Antichità – Università di Bari; Dipartimento di Studi del Mondo Antico – Università di Roma Tre; CNR), 62-63, 2007, pp. 93-126. Il "Dio della Tempesta" è menzionato fra le tre divinità protettrici di Ilio-Troia nell'atto di vassallaggio col quale Alaksandu, re di Wilusa (Ilio-Troia), nel 1280 a.C. chiede di rientrare nella protezione dell'imperatore ittita Muwatalli II. La predilezione per Ilio-Troia del Dio della Tempesta si ritrova anche nell’Iliade di Omero (IV, 46) dove il supremo Zeus, definito al momento “dio adunatore di fulmini”, afferma che la città di Ilio-Troia gli è cara più d’ogni altra perché i suoi abitanti gli avevano tributato da sempre onori e culti”.

[4] V. Georgiev, La lingua e l'origine degli Etruschi, Nogard, Roma, 1979; vd. pure A. Palmucci, La figura di Tarconte: un ponte mitostorico fra Tarquinia e Troia, in Anatolisch und Indogermanisch (Anatolico ed indoeuropeo), Acten des Kolloquiums der Indogermanischen Gesellschaft, Pavia 22-25 Settembre 1998 (Università Studi Pavia, dipartimento Scienze Antichità), Innsbruck, 2001, pp. 341-353; Virgilio, Erodoto e il DNA degli Etruschi (Corito Tarquinia), “Aufidus” (Dipartimento Scienze dell’Antichità – Università di Bari; Dipartimento di Studi del Mondo Antico – Università di Roma Tre), 62-63, pp. 93-126.

[5] Arriano, La Spedizione di Alessandro, VII, 15,5.

01:33 Scritto da: palmucci1 in Etruscologia | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook